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Sri Aurobindo - biografia
Sri Aurobindo - Aravind Akroyd Ghose
BIOGRAFIA Parte III
(Baroda 1893-1906)
Parte I - Parte II - Parte IV - Cronologia essenziale
Loto Rosso


Maharaja di BarodaIn questa incertezza accetta di buon grado l'ultimo dono d'amore fattogli dal padre prima di morire. Ma spieghiamo meglio: nel novembre del 1892 Aurobindo è a Londra pronto alla partenza per il rientro in India. Il Dott. Ghosh, come ultimo atto per il suo Aravind, aveva interessato il vecchio segretario del Club liberale South Kensington, James Cotton, affinché presentasse Aurobindo a Sayajirao III Gaekwad, il Maharaja di Baroda che si trovava a Londra, per un'assunzione di lavoro presso gli uffici amministrativi del suo principato. Il Maharaja accetta è a seguito dell'assunzione, Aurobindo, rientrato in India, l'8 febbraio 1893 prende ufficialmente servizio presso gli uffici amministrativi dell'I.C.S. del principato di Baroda.
Non ha un incarico definito. È una specie d'apprendista come anche lo stipendio! Passa dal Survey Settlement Dpt. allo Stamp & Revenue Dpt.; lavora nel Secretariat, nel Vahivatdar's office.
Ma il maharaja, dopo tutto, in fondo gli vuol bene, capisce che Arabind babu, come lo chiama, non è tagliato per il lavoro d'ufficio: è chiaro che non ha la stoffa dell'impiegato.
Per cui lo piazza, come insegnante di francese al Baroda College. Ma, Aurobindo arriva dall'Inghilterra, conosce perfettamente l'inglese! Che può farci? L'unico incarico vacante era quello di francese, ad ogni modo Aurobindo lo accetterà di buon grado. In seguito, nel 1899, liberatosi un incarico per l'inglese, ne assumerà l'insegnamento.

Baroda CollegeLo stipendio gli viene portato a 360 rupie al mese. Poi il maharaja, nel 1903, gli alzerà nuovamente lo stipendio a 450 rupie mensili. Ancora un aumento nel 1904 (550 rupie al mese) con la nomina a vicedirettore del College. Dall'aprile al settembre del 1905, svolge le funzioni del Direttore, che aveva preso 6 mesi di permesso: gli spettano 160 rupie di indennità: Aurobindo è arrivato ad uno stipendio mensile di 710 rupie!
A questo punto potremmo dire che Aurobindo avrebbe potuto far carriera al Baroda College. Certamente, in poco tempo, ne sarebbe diventato il Direttore; e alla sua morte, forse, sarebbe stata attaccata su qualche muro dell'edificio una lapide commemorativa.
Ma, a ben vedere, anche l'insegnamento non si era rivelato la sua strada. La sua mente era altrove, in altri luoghi; non riusciva a seguire le piccole incombenze quotidiane del collegio, sempre le stesse tutti i giorni, la normale e monotona routine scolastica, chiacchierona e ipocrita, le stesse lezioni, sempre sullo stesso testo, i problemi meschini di qualche figlio di papà, le pretese grette di qualche padre, ufficiale inglese o burocrate dell'/.C.S. ...

Certo, c'erano i problemi educativi dei ragazzi, i problemi di sempre della scuola: ma forse, a quel tempo, al Baroda College non erano vissuti con la preoccupazione che si doveva... Soprattutto nel cuore e nella mente di Aurobindo, c'era il paese intero, l'India e la sua gente! Insomma, non riusciva neppure a prepararsi bene alle lezioni.
«Io non ero un professore così coscienzioso come mio fratello Mono Mohan. Non avevo l'abitudine di seguire il testo; e qualche volta, le mie spiegazioni non concordavano. Gli alunni, oltre a prendere i miei appunti, usavano farsi dare le annotazioni di qualche professore di Bombay, specialmente di quelli, che sarebbero venuti come esaminatori.
Una volta, stavo facendo una lezione su La vita di Nelson di Southey. La mia lezione non concordava col testo. E gli studenti mi fecero notare che quello che dicevo non c'era per niente nel libro. — Non ho letto il libro — replicai — e in ogni caso, son tutte sciocchezze! —
Non ero buono di applicarmi ai dettagli minuti. Io leggevo; poi la mia mente partiva dove voleva. Per questo, non sarei mai stato un buon insegnante.
» Purani, 58-59
In un'altra occasione, fu richiamato energicamente dalla Direzione a dare spiegazioni a motivo di una sua lunga assenza ingiustificata. Aurobindo diede giustificazione spiegando che era stato chiamato urgentemente dal maharaja, per un lavoro importante, e che di conseguenza era dovuto partire con lui. Aveva anche specificato di aver spedito una lettera di comunicazione, ma probabilmente la Direzione non l'aveva ricevuta; e che, poiché ancora era impegnato col maharaja, non avrebbe potuto presentarsi in tempo per il secondo quadrimestre. Purani, 66-67

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Per quanto riguarda i soldi, per Aurobindo era come se non li avesse. In generale, non ne aveva mai avuti abbastanza; ma anche in questo periodo, l'unico in cui guadagnava decentemente, Aurobindo non fu mai attaccato al denaro, né mai diede particolare importanza ai soldi; normalmente usava per sé il minimo indispensabile.
Fin dal primo periodo di Baroda, egli si prese praticamente a carico il mantenimento della madre, della sorella Sarojini e del fratello Barin, più piccoli. Certamente, c'era l'aiuto anche dei parenti, ma dei tre fratelli grandi, era l'unico che mandava denaro. Aurobindo giustificava i suoi fratelli: «Dada (Binoy Bhushan, il più grande) è nell'I.C.S., nello stato di Coochbihar, per questo deve mantenere un certo decoro. Mono Mohan (il romantico poeta, il corrispondente dall'Inghilterra) si è sposato; e il matrimonio è un lusso che si paga.» Purani, 56

Un collega scriveva di Aurobindo: «Egli era solo, praticamente; e non conosceva cosa significasse un divertimento, non spendeva un pie nella maniera sbagliata; ciò nonostante alla fine del mese, non aveva un soldo in tasca.» Purani, 57
«Egli era molto semplice nel modo di vivere. Non era affatto di gusti delicati. Non si preoccupava per il cibo o i vestiti, perché non vi dava alcuna importanza. Non faceva il giro del mercato, se doveva prendersi un vestito. Non dormiva sul materasso, ma su un letto di fibre di cocco, su cui stendeva una stuoia.
Un'altra cosa, che notavo in lui, era l'assenza totale di attaccamento al denaro. Magari arrivava a casa con lo stipendio di tre mesi nella borsa e lo vuotava in un vassoio sul tavolo. Non si preoccupava affatto di tenere il denaro al sicuro, in un cassetto chiuso a chiave. Né teneva il conto di ciò che spendeva.
Un giorno, casualmente, gli chiesi perché teneva il denaro così. Egli rise e poi disse: — Beh! È una prova che siamo tra gente onesta. — Ma voi non tenete mai un conto, che possa dare testimonianza dell'onestà della gente, che avete attorno. — replicai. Al che con faccia serena rispose: — È Dio che tiene i conti per me. Ad ogni scadenza, non mi lascia un debito; e allora perché dovrei preoccuparmi? —
»(Testimonianza di un alunno di Aurobindo, poi diventato avvocato a Baroda, in Purani, I, 72-73)

Il maharaja di Baroda, due gran baffi, una faccia aperta, paterna, simpatica, sotto il suo bel turbante, voleva certamente un gran bene ad Aurobindo. Lo aveva preso in consegna come un figlio. E soprattutto, aveva incominciato ad apprezzarne l'intelligenza e la cultura: era molto bravo il suo Arabind babu!
Il maharaja si era alla fine abituato a chiamarlo per ogni cosa. Lo invitava a pranzo, o a cena; dopo, c'era sicuramente una lettera da scrivere, o una circolare del governo britannico da interpretare rigorosamente, alcune volte grossi imbrogli da districare, pasticci nei confronti del governo in cui il maharaja s'era ficcato, e poi discorsi da stendere, relazioni...
Auro si impegnava assennatamente; verrà lodato per la sua capacità di svolgere il lavoro in modo rapido e preciso. Ma ancora una volta non era il tipo di lavoro adatto a lui. Non riusciva ad immedesimarsi nella situazione. «Una volta il maharaja doveva tenere una conferenza a sfondo sociale. Ovviamente Aurobindo gli aveva preparato il discorso. Il maharaja dopo averlo letto, gli disse: — Arabind babu, non potresti abbassare un po' il tono? È troppo fine, per essere il mio. — Al che Aurobindo con un sorriso: — Perché fare un cambiamento per niente? Pensate voi, maharaja, che se lo abbasso un po' di tono, la gente crederà che sia vostro? Belli o brutti, comunque siano, la gente dirà sempre che il maharaja si fa fare i discorsi da altri. Ma la cosa importante, è che le idee sono vostre: questo è ciò che conta —.» Purani, 50

Alle volte, gli venivano affidati lavori piuttosto importanti, che lo impegnavano lungamente; altre volte, erano lavori semplici, banali, e poteva capitare che Aurobindo non avesse sempre la voglia e la freschezza di spirito per metterci la testa e fare le cose con esattezza. E quando ciò accadeva si subiva i rimproveri del maharaja per «poca diligenza e mancanza di precisione». Quando gli venivano rifilati certi lavori Aurobindo perdeva l'entusiasmo. Un giorno, ad esempio fu chiamato urgentemente dal maharaja, motivo? «doveva spiegargli l'orario dei treni d'Europa! » Purani, 52

Ma, nel complesso, Sayajirao era contento. Quando nel 1903 andrà in visita nel Kashmir, se lo prenderà dietro come segretario: forse era una prova! «Ma l'esperienza non fu piacevole e non si ripeté più.» Purani, 49 II maharaja se lo porterà dietro altre volte, per lavoro, o in vacanza, ma non come segretario.
Esattamente, fare il segretario non era certamente una buona strada per Arabind babu.

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Deshpande era un grande amico di Aurobindo. Avevano studiato assieme in Inghilterra. Avevano lavorato assieme nel gruppo politico del Majilis e condividevano le stesse aspirazioni per l'indipendenza dell'India.
Al rientro di Aurobindo in India, Deshpande, divenuto Direttore dell'Indu Prakash, lo contatta e lo invita a scrivere degli articoli politici.
In fondo, l'impegno politico era il suo ideale che diverrà una parte importante della sua vita; l'indipendenza dell'India gli sta profondamente a cuore; odia letteralmente la politica moderata del Congresso. Pensa di averne abbastanza, per accettare l'invito a scrivere gli articoli politici. I primi articoli sono buttati giù di istinto, scritti meravigliosamente bene, con una dialettica rigorosa, e soprattutto con un tono tagliente, eradicante.
«Gli articoli erano talmente sferzanti — racconta Aurobindo stesso — che Ranade, il grande leader del Maharashtra, chiese al proprietario del giornale di non permettere la pubblicazione di articoli così sediziosi, altrimenti sarebbe stato arrestato e messo in prigione. Deshpande mi accostò con la notizia e mi chiese di scrivere qualcosa di meno violento. Io allora incominciai a scrivere sulla filosofia della politica, lasciando da parte gli aspetti pratici. Ma poi mi disgustai della cosa...» Purani, 51

Nei fatti, sotto l'insistenza di Deshpande, continuò a scrivere degli articoli dal tono più leggero, poi ne interruppe la stesura.

In realtà, negli anni iniziali di Baroda, Aurobindo non era concretamente entrato in contatto con i contesti politici indiani, non era inserito in nessun movimento, né aveva in animo di incominciarlo lui stesso un movimento. Soprattutto era totalmente estraneo alle ragioni ispiratrici dei movimenti politici indiani.

Non conosceva né leaders, né gruppi, né correnti.

In pratica prende in mano della carta, scrive di politica, utilizzando alcune idee d'importazione europea applicate a una realtà dell'India che aveva conosciuto "per sentito dire"... No, era sbagliato il modo di iniziare, l'ottica di partenza. E così, Aurobindo comprende talmente bene la questione che per sei anni, fino al 1900, non si azzarderà più a toccare la penna per trattare l'argomento. Per contro, tale comprensione lo porta ad una importante scoperta: la grande responsabilità che il popolo dell'India ha per la propria miseria. Non si possono chiedere agli occupanti delle qualità che non hanno, che la maggior parte degli uomini non possono avere; è infantile pensare che si potrebbero ottenere da qualsiasi governo, attraverso un appello alla giustizia, decisioni contrarie agli interessi materiali del paese di appartenenza. Ma si può e si deve pretendere che il paese occupato si rifiuti di accettare l'ingiustizia e l'oppressione.

"Il nostro vero nemico, dice Aurobindo, Bande Mataram, pag.12-13 non risiede in nessuna forza esterna a noi stessi, ma nella nostra debolezza lacrimosa, nella nostra vigliaccheria, nel nostro miope sentimentalismo. Io davvero non vedo perché dovremmo scatenare tanta furia contro gli anglo-indiani e appioppare loro tutti i tipi di epiteti oltraggiosi. Ammetto che sono maleducati e arroganti, che governano male, sono privi di ogni emozione di generosità, che il loro comportamento è quello di una piccola cricca di signori, circondati da una nazione di iloti. Ma dire questo è come dire che sono uomini molto comuni collocati in una posizione davvero unica. Sarebbe certamente molto nobile e molto bello vederli attenuare ogni loro pensiero rivolto ai propri interessi particolari, e, di conseguenza, tendere, piuttosto che al loro sviluppo, al solo bene del popolo indiano. Ma noi non abbiamo il diritto di aspettarci un comportamento del genere, a meno che non fossero uomini dal carattere più elevato e più cavalleresco; in quanto, il tipo di persone che l'Inghilterra ci manda non è, in generale, né cavalleresco, né elevato, ma piuttosto il contrario. Costoro sono in realtà uomini molto comuni - e non solo uomini comuni - tipici della classe media, filistei, secondo l'espressione inglese, con i sentimenti e le abitudini mentali ristrette dei commercianti, specifiche per questo tipo di persone. Ed è irragionevole pensare di discutere con loro perché non trasgrediranno mai alle leggi della propria natura ... Il nostro appello, il rispettoso appello di cuore di tutta la nazione, non dovrebbe essere indirizzato al parere degli anglo-indiani, né al senso britannico di giustizia, ma al nostro senso umano rinato, al nostro senso di sincero cameratismo - nella misura in cui può essere chiamato sincero - con il popolo sfortunato dell'India."

All'inizio a Baroda, Aurobindo soprattutto legge, studia e medita. Durante i pasti, molto spesso leggeva il giornale, e generalmente restava alzato fino a tarda notte per studiare o scrivere.

Era perfettamente padrone della lingua inglese e sapeva bene il francese. In Inghilterra aveva anche studiato un po' di tedesco, italiano e spagnolo, ma non tanto da esserne padrone. Conosceva approfonditamente, il greco e il latino. Delle lingue indiane, aveva appreso il sanscrito e un po' di bengalese (la sua lingua d'origine). A Baroda, approfondisce il sanscrito, e dall'amico Dinendra Kumar Roy si fa dare lezioni per apprendere a parlare in modo fluido il bengalese.

Tutte queste lingue erano certamente sufficienti, per immergersi in qualsiasi tipo di lettura, che gli interessasse. Aveva preso accordi con due librerie di Bombay, la Radhabai Atmaram Sagun e la Thaker Spink & Co. di inviargli regolarmente i cataloghi dei nuovi libri, che egli ordinava e si faceva arrivare per treno a Baroda.

Una delicata immagine di Auro con i suoi libri ci viene data dalla cugina Basanti Devi, ella ne descrive l'arrivo a casa del nonno materno sulle colline di Deoghar per le vacanze.

«Dada arrivava con due, o anche tre valigie. Noi pensavamo che contenessero vestiti eleganti e altri articoli di lusso, come profumi, ecc. Quando le apriva, io ci guardavo dentro. Ma, mi chiedevo stupita: — Eccheh! Pochi ordinari vestiti e tutto il resto libri e nient'altro che libri! Non li vorrà leggere tutti? Noi vogliamo divertirci e godere queste vacanze; non vorrà Dada spendere tutto il tempo a leggere libri? —. E tuttavia non è che non si unisse alle nostre conversazioni, ai nostri scherzi e giochi. Anzi la sua conversazione era piena di spirito e di humor » Purani, 58.

Aurobindo, nella scelta dei libri, preferiva la letteratura, in modo speciale la poesia, poi la storia e anche scritti politici; in genere non era attratto dalla filosofia e dai filosofi occidentali. La spiritualità indiana l'apprenderà inizialmente con la lettura dei discorsi di Ramakrishna e delle opere di Vivekananda; benché è d'obbligo sottolineare che quasi tutta la letteratura indiana è letteratura sacra.

Il lavoro letterario svolto a Baroda è notevole. Prima di tutto le traduzioni: alcune poesie dal greco e dal latino, fra cui i primi 50 versi dell'Odissea; dalla letteratura bengalese traduce poesie di mistici medioevali e autori moderni; ma le traduzioni importanti sono dalla letteratura sanscrita, dal Mahabharata (Vyasa) e dal Ramayana (Valmiki), da opere di Bhartrihari e Kalidasa.

Le Opere epiche: Urvasie (il mito è preso dalle opere di Kalidasa); Love and Death (sviluppo di un racconto, contenuto nel Mahabharata); Baji Prabhou (da racconti epici maratha).

Il Dramma e il Teatro: Perseus the Deliverer (dalla mitologia greca); The Viziers of Bassora (dagli Arabian Nights Entertainments); Rodagune (da temi della Guerra Siriaca di Appiano, con riferimento all'omonima tragedia di Corneille); Eric (da racconti norvegesi); Vasavadutta (da temi di Somadeva e Bhasa); oltre a parti di altri drammi incompiuti.

E ancora altra poesia: l'ispirazione è presa spesso dalla lettura delle Upanishad e della Gita.

La produzione è quantitativamente rilevante e, probabilmente, di tutte queste opere non si sarebbe mai sentito parlare, se la vita di Aurobindo non avesse avuto lo sviluppo che ha avuto. In tutti i casi sono, più che altro, esercitazioni artistiche. Aurobindo affinerà la sua sensibilità e al di sopra di tutto acquisterà una padronanza della lingua inglese e della tecnica metrica, che è la cosa che più colpisce leggendo quelle opere.

Nella pratica, l'ispirazione gli veniva dalle opere che egli leggeva; anzi, molte volte, si trattava di traduzioni, rielaborazioni, imitazioni e rimaneggiamenti. Ciò che egli scrive perciò, pur esprimendo in modo certo i suoi più profondi e genuini sentimenti, i suoi ideali e le sue aspirazioni più alte, non aveva un immediato collegamento alla realtà; per tale motivo il tutto finiva per essere un esercizio e un gioco letterario.

Non fu come nelle poesie di Tagore o delle novelle di Bankim, che facevano riferimento a situazioni reali del Bengala, mettendo a nudo e stigmatizzando realtà e fatti quotidiani, interpretando sentimenti, ideali e aspirazioni di movimenti e gruppi in azione; molti di questi inni, infatti, divenivano poesie cantate o recitate nelle manifestazioni pubbliche, diventavano canti di battaglia.

Il lavoro di Baroda, tuttavia, non va assolutamente sottovalutato, perché fu la via attraverso cui Aurobindo entrò in contatto con la letteratura religiosa dell'India e coi testi sacri indù, che prima di allora non aveva conosciuto. Egli nello svolgere un lavoro letterario intendeva, in realtà, nutrire una fede, caricarsi di ideali, predisporsi ad una consacrazione, prepararsi a una missione.

Sarojini, sorella di AurobindoE tuttavia sebbene vi sia tutto questo coinvolgente lavoro letterario, Aurobindo non si trova bene a Baroda, non c'è esito, non vi è apparente via d'uscita. Scrive infatti a sua sorella Sarojini, dopo il suo rientro a Baroda da una breve vacanza: « ...Sarà difficile che io possa venire da voi di nuovo, prima della Puja, benché, se potessi, partirei domani. Ma, né i miei impegni, né le mie finanze me lo permettono. E magari è stato un errore per me già venire una volta: perché ciò mi ha reso Baroda quasi intollerabile.

C'è una vecchia storia, riguardo Giuda Iscariota, che mi si addice perfettamente. Giuda, dopo aver tradito Cristo, si impiccò e discese all'Inferno, dove fu onorato del più caldo forno di tutto lo stabilimento. Qui egli brucerà per sempre. Ma, in vita sua, egli compì una buona azione; per questo, Dio, per una speciale misericordia, gli permette ogni anno a Natale di rinfrescarsi per un'ora su un iceberg del Polo Nord. Ora, questa non mi sembra misericordia, ma una particolare, raffinata crudeltà. Perché, come può l'Inferno non diventare dieci volte più Inferno per il povero infelice, dopo la deliziosa rinfrescata sull'iceberg? Io non so per quale enorme crimine sono stato condannato a Baroda; ma il mio caso è perfettamente identico. Dal momento del mio piacevole soggiorno con voi, Baroda mi sembra cento volte più Baroda. »

Il Roy, che è stato con Aurobindo dal 1898 al 1899 per insegnargli il bengalese, ci dice che Aurobindo parlava pochissimo, era uomo di poche parole, controllato e senza esigenze, dedito allo studio; non parlava mai di sé, preferiva ascoltare e meditare. Spesso uscivano assieme per passeggiare, ma Aurobindo era riservato, non comunicativo; se gli si ponevano questioni, rispondeva « », o « no », ma non andava oltre. C'era qualcosa del mistico in lui. Una volta, Roy gli disse: « Perché non vieni fuori nella vita di Baroda, non ti fai conoscere? ». Aurobindo rispose: « Non c'è alcuna soddisfazione, né risultato! ».


VERSO LA SCELTA RIVOLUZIONARIA
Dal '92, quando Aurobindo torna dall'Inghilterra, fino ad ora, sono passati sei anni ed egli è ancora a Baroda e apparentemente non ha scelto una strada.
Tuttavia egli si è già fatto un'idea esatta:  il cuore determinato dell'India risvegliata sta pulsando nel Bengala, in mezzo ai gruppi rivoluzionari!Se qualcosa si può fare, si può fare con loro. E poiché si deve fare, bisogna incominciare con loro.

Jatindra Nath BanerjiL'occasione buona gli viene nel 1899. Jatindra Nath Banerji, che diverrà in seguito noto come Bagha Jatin,  è un giovane rivoluzionario del Bengala; egli intende entrare nell'esercito, per addestrarsi nelle armi e nell'organizzazione militare.  Ai bengalesi il governo inglese ha già proibito da tempo di entrare nell'esercito, perché sa di che "pasta sono fatti". Egli perciò viene mandato a Baroda; si presenta ad Aurobindo e chiede un aiuto per la sua ammissione nell'esercito. Aurobindo riesce a farlo passare per uno del Nord-India e lo fa ammettere niente di meno che nel reparto di cavalleria.

L'anno di militare per Jatin è importante. Quando esce, nel 1900, non solo è addestrato militarmente, ma soprattutto è deciso e convinto. Il suo cuore, la mente, lo spirito sono già interamente consacrati alla causa. Milioni di indiani, suoi fratelli, soffrono a causa degli inglesi; la terra è sfruttata irrazionalmente e l'avvenire dell'agricoltura tragicamente  compromesso; le industrie vengono svigorite e fatte mo­rire sul nascere; il commercio è tutto nelle mani degli stranieri; basta una piccola siccità, un anno di pioggia scarsa, che lo spettro della fame e della pestilenza, con la loro maschera di morte, compaiano mietendo vittime senza pietà; per­sino l'educazione è in mano agli stranieri inglesi, essi insegnano quello che vogliono e il prezzo della nuova cultura di importazione che gli indiani devono pagare è la disistima sprezzante verso la propria tra­dizione, ed in fondo verso se stessi; pensano di essere istruiti ma non sanno più leggere la propria storia; credono di essere illuminati ma ragionano con le idee inglesi; sono convinti di essere liberi ma la loro stessa coscienza è stata convertita in strumento di asservimento.

Lord_MacaulayRitroviamo, in modo incredibilmente chiaro, le cause che avevano portato l'India a tali condizioni citando come esempio ciò che declamava e proponeva Lord Macaulay al parlamento inglese il 2 febbraio del 1835:  "Ho viaggiato in lungo e in largo per l'India e non ho visto una persona che fosse mendicante o che fosse un ladro, tale è la ricchezza che ho visto in questo paese,  tali gli alti valori morali e gente della più grande autorevolezza, che io non credo avremmo mai la spinta a conquistare questo paese, a meno che noi non decidiamo di spezzare la spina dorsale di questa nazione, che è composta dalla sua eredità spirituale e culturale, per cui propongo la sostituzione del suo sistema educativo vecchio e antiquato, della sua cultura, perché se gli indiani pensano che tutto ciò che è straniero e inglese è buono e superiore ai fondamenti delle proprie origini, essi perderanno la loro autostima e la loro cultura nativa e diventeranno quello che noi vogliamo che siano, una nazione realmente dominata".

Chi è quindi che può venire in aiuto dei fratelli indiani? Il senso di giustizia dei sahibs inglesi, il loro buon cuore? Basterà forse pregarli, invocarli in ginocchio? No!
I sahibs inglesi allevierebbero solo l'agonia degli indiani, illudendo se stessi e il mondo, che la morte che sta spegnendo i figli dell'India, non è causata da loro .
Ed ancora, possono venire in aiuto del popolo indiano i politici? No! Essi sono gli attenti amministratori dei propri averi. Contendono, litigando al­l'economia degli stranieri, il proprio minuscolo spazio d'auto­nomia, che poi, contro i loro pari, difendono accanita­mente con quel frasario convenzionalmente demagogico, in cui si parla degli interessi del popolo, il quale nel frattempo vive per morire.
Né verranno in aiuto coloro che siedono negli uffici dell'enorme rete amministrativa e burocratica degli stra­nieri: essi non si rivolteranno mai contro chi dà loro il pane per vivere.

Da questi signori che hanno una posizione acquisita nella rete tentacolare ed hanno il potere non ci si può aspettare cambiamenti signi­ficativi. E seppur codesti signori, per salvare la faccia,  avanzassero riforme e riassetti, tali mutamenti sarebbero possibili solo e sempre nell'ambito di equilibri rigidamente prestabiliti dall'amministrazione straniera.
Nel migliore dei casi questi signori cercherebbero di esercitare dolcemente il loro potere, ma non lo consegnerebbero mai in mano al popolo, per non divenire loro stessi sottomessi  e ubbidire ai comandi della gente "comune".
Nell'ipotesi migliore, coloro che hanno la ricchezza cercherebbero di non far mancare la base minima per la sopravvivenza; ma la ricchezza, quella concreta, non la darebbero mai al popolo, acciocché la gente "comune" debba essere sempre costretta ad elemosinare il necessario. 
Coloro che hanno la libertà di istruirsi, di viaggiare e conoscere il mondo, cercherebbero di educarti, avrebbero compassione della tua ignoranza; ma non ti regalerebbero mai la loro libertà, perché se ciò accadesse essi dovrebbero mantenere tale libertà con la schiavitù del loro lavoro.
Il rovesciamento della situazione non ti viene regalato da nessuno, te lo conquisti tu, con la forza.

Essi diranno che la situazione non si può cambiare in modo così radicale, perché la massa, il popolo è ignorante, non ha esperienza, è un coacervo di istinti primitivi, si solleverebbe il caos; fino al giorno in cui quel popolo stesso non dimostrerà che almeno fino al loro livello ci saprà arrivare e anche più in su.
O ancora affermeranno che questo cambiamento, in realtà, non muterebbe, concettualmente, niente: chi prima era sottomesso e ubbidiva sarebbe andato al comando, chi serviva sarebbe divenuto padrone, in tal modo la realtà umana nel suo insieme sarebbe rimasta la stessa. E tuttavia anche se è vero che tutto rimarrebbe lo stesso, le cose cambiano! E poi, non si tratta neppure di scegliere o decidere, si tratta di accettare ciò che si sta delineando e dovrà avvenire inevitabilmente. Quando certe contraddizioni storiche sono maturate, il cambiamento diverrà inevitabile: diverrà qualcosa di inafferrabile, inarrestabile; nessuno potrà più fermarlo: scatterà e inevitabilmente avverrà.
Da ultimo, non si tratta di indovinare o prevedere: si tratta di vedere la situazione storica qual è; e si tratta di mettersi dalla parte dell'indirizzo della storia.
Jatin è più che mai deciso. Ciò, che ci vuole ora, è costruire gruppi di uomini liberi, non compromessi con la struttura e il potere, uomini disposti a tutto. Solo uomini così possono far maturare la situazione, cambiare le cose.
Di fatto, dopo il servizio militare e un soggiorno presso Aurobindo, Jatindranath Banerji torna nel Bengala col piano preciso di formare dei gruppi rivoluzionari.

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Barindra Kumar Ghose, Mono Mohan Ghose

Nel frattempo va ad abitare a Baroda, presso Aurobindo, il fratello minore Barindra Kumar. Barin ha vent'anni, ha interrotto la scuola, è stato un po' di tempo a Dacca presso l'altro fratello Mono Mohan che insegna inglese nella scuola locale; aveva l'idea di mettere su un'azienda agricola, ma desiste dal progetto per mancanza di denaro; si sposta a Patna apre un tea-shop, ma non ha successo. Va dunque a Baroda per stare con Auro. Barin è un puro e convinto rivoluzionario, un idealista nato. Le sue idee le aveva maturate, quand'era ancora studente. Proviene dal caldo Bengala, che è il luogo nativo delle idee rivoluzionarie. Nel Bengala, egli ha respirato lo spirito degli uomini più idealisti della rinascimento indiano: Sister Nivedita, Vivekananda, Ramakrishna, Bankim. L'incontro dei due fratelli sarà fecondo di suggestioni e di idee nuove.

Sister Nivedita, Vivekananda, Ramakrishna, Bankim

Barin è convinto che l'organizzazione di gruppi rivoluzionari è cosa che non si può lasciare all'improvvisazione, come si era fatto fino a quel momento. Ci vogliono idee chiare e precise; le persone devono essere istruite, devono acquistare una fede solida e irremovibile. Senza una forte convinzione e una profonda chiarezza, potrebbe venire a mancare la coesione, l'unità, l'incisività, la durevolezza: alla prima difficoltà, tutto potrebbe crollare e distruggersi; in presenza di situazioni inattese, ci si potrebbe disperdere; di fronte alla possibilità di successi immediati, ognuno procederebbe per suo conto, ci si potrebbe far travolgere dal disordine della dinamica degli avvenimenti.

Dal punto di vista "irrazionale" Barin è anche un discreto medium e soleva condurre delle sedute spiritiche, passatempo e tendenza del momento arrivati dall'Europa. In una di queste sedute viene evocato Ramakrishna. " Egli mantiene il silenzio per un po' di tempo, poi dice: - Costruite un tempio! Costruite un tempio!" Purani, 62. Barin interpreta con immediatezza la cosa in modo letterale, in quanto ha in mente l'Anandamath di Bankim e di conseguenza la sua idea è quella di edificare veramente un tempio per dare un luogo sacro, dove le persone possano esprimere la loro devozione alla Madre e offrirla al servizio della patria. Dal punto di vista più "razionale" Aurobindo invece ritiene si tratti di «costruire in noi stessi un tempio alla Madre, di operare un cambiamento tale, da diventare templi della Madre» Srinivasa, I, 314. Probabilmente Barin, con questa seduta, ha semplicemente «oggettivato elementi del suo inconscio» Srinivasa, I, ibid. pensa Aurobindo. Di fatto non è interesse di questa trattazione esprimere giudizi sulle sedute spiritiche di Barin, quanto accertare la sua sensibilità e le sue idee, per le quali egli tornerà sul progetto, nel tentativo di realizzarlo.

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Fu nello stesso periodo che Aurobindo inizia a trascorrere le sue vacanze in Bengala, alfine di prendere contatto con i gruppi rivoluzionari. Al principio del 1902, Auro e Barin si recano a Calcutta, dove Jatin, nel frattempo, stava già lavorando. E' in quell'occasione che Jatin presenta Aurobindo a Pramatha Mitter. Quest'ultimo è un avvocato, di idee più che rivoluzionarie. Egli era già entrato in contatto con due famose discepole di Vivekananda: l'irlandese miss Margaret Noble, conosciuta come Nivedita, e l'americana, miss Josephine Macleod. Attraverso quest'ultima, Mitter ha conosciuto l'autore degli Ideals of the East, il giapponese Kakuzo Okakura, che era un fervente sostenitore dell'unità culturale dell'Asia, un accanito anti-europeo e appassionato ispiratore dei movimenti rivoluzionari indipendentisti. Mitter aveva tentato diverse volte invano di organizzare gruppi rivoluzionari.

Margaret Noble (Sister Nivedita), Josephine Macleod, Kakuzo Okakura, Ideals of The East

Ma l'occasione buona si presentò nel 1901. Satish Chandra Basu, uno studente universitario di Calcutta,formato alla scuola di Vivekananda, aveva fondato con alcuni suoi colleghi studenti un gruppo rivoluzionario chiamato Anusilan Samiti ed aveva aperto un piccolo ritrovo per lathi-play, che serviva come sede. Basu venne indirizzato al Mitter per consiglio. "Quando raccontai a Mitter delle nostre attività, - racconta Basu, - egli si entusiasmò talmente che mi abbracciò. Da allora, egli divenne il comandante in capo, il leader del club per lathi-play.
Una settimana più tardi, mi mandò a chiamare dicendomi che un gruppo di persone, arrivate da Baroda, avevano le nostre stesse vedute ed erano anche capaci di impartire un'istruzione militare. Mi chiese di unirci a questo gruppo e noi accettammo.
Tutta l'associazione aveva i seguenti responsabili: presidente, Pramatha Mitter; vice-presidenti: Chittarajan Das e Arabinda Ghose; tesoriere; Surendranath Tagore"
Majumdar, I, 418.

L'incontro con Mitter è importante perché egli è un convinto sostenitore della necessità dell'essere collegati e del coordinamento nel lavoro. Un gruppo isolato, o più gruppi separati, disorganizzati seppur spontanei, possono esprimere l'impeto di un momento o l'urgenza temporanea, che li fa sorgere impetuosi, ma come un fuoco si consumano rapidamente in una frustrazione deprimente, esaurendo la loro vitalità ed efficacia non riuscendo a manifestare in modo compiuto la verità che li ha fatti nascere. La loro stessa possibilità di incidere fattivamente viene persa se non si collegheranno, se non matureranno una consapevolezza collettiva e non coordineranno i loro piani d'azione.
In quel periodo, nel Bengala stesso, era già possibile identificare e contattare sei gruppi rivoluzionari, già operanti. Difatti il Mitter, nel 1905, farà un giro nell'est Bengala visitando diversi gruppi e mettendoli i contatto con Pulin Das di Dacca.Verranno così costituiti due centri di coordinamento e di collegamento a Calcutta e Dacca.
Lo stesso Aurobindo farà visita a vari gruppi del Bengala, prima del suo rientro a Baroda, riuscendo a formare un gruppo a Deoghar, dove vivono i suoi nonni materni, con Satyen Bose; ed ancora un club, simile all'Anusilan viene aperto a Rambayan. Di ritorno, Aurobindo si ferma a Midnapur contattando un certo Hemchandra Das, Nella tenuta di quest'ultimo un gruppo di rivoluzionari si stava già esercitando alle armi. Soprattutto Aurobindo si impegna a contattare i gruppi del Maharashtra. In effetti egli è già a conoscenza di un gruppo sorto per ispirazione di Mandavale. Atre società segrete collegate con Thakur Ramsingh; fra queste un distaccamento è a Bombay, gestito da un consiglio di cinque membri. Tra le altre "conquiste" di Aurobindo vi fu anche un impiegato dell'I.C.S., Jogendranath Muckerji, che era entrato nel partito rivoluzionario.


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